CONAN EXILES

EPISODIO 1

Nuda, Appesa ad una croce nel deserto, Sirala pensò che non fosse stata una buona idea. 

Ingraziarsi la nobiltà Vanir, per assicurarsi la sopravvivenza e un tetto sopra la testa avrebbe dovuto funzionare. Fin da bambina dovette sgomitare nel fango delle strade della capitale per mettere qualcosa sotto i denti, fece cose di cui non andava fiera: mentre, rubare, tradire, persino vendere il proprio corpo alle guardie che volevano imprigionarla ma niente l’aveva preparata per questa fine ignominiosa. Scoperta, condannata ed esiliata per aver corteggiato un nobile sposato.

Il sole accecante le bruciava la pelle, le corde che la tenevano saldamente in posizione le dilaniavano polsi e caviglie, la sabbia sollevata dal vento le impediva quasi di tenere gli occhi aperti e la gola secca era arsa dalla sete.  La sete che la consumava era una sensazione che non si poteva descrivere a parole. 

Vide un’alba e un tramonto sulle dune di quel deserto, con le ginocchia che non la sostenevano più, le braccia che tiravano le sue spalle verso l’alto e le impedivano quasi di respirare, pensò che fosse finita. Sarebbe diventata anche lei uno degli scheletri appesi che costellavano il deserto al confine delle terre dell’esilio. Stremata, lasciò cadere il capo in avanti e si abbandonò alla morte, certa ormai che Mitra sarebbe venuto presto a prenderla.

Aveva gli occhi chiusi e la mente che vacillava tra il mondo dei vivi e quello dei morti, quando le sembrò di percepire qualcosa premere sul suo sterno. Era una mano, qualcuno stava controllando se fosse ancora viva. Tentò di alzare la testa ed aprire gli occhi ma le uscì solo un flebile lamento per il dolore al collo e alle spalle, costrette da quasi 3 giorni in quella posizione innaturale. Vedeva solamente i piedi di alcune persone che giravano attorno alla sua croce e all’improvvisò udì dei colpi e sentì tremare il legno che la sosteneva. Pochi minuti dopo pensò che la sua anima si stesse separando dalla carne quando percepì di cadere verso gli inferi. La sensazione di vuoto venne bruscamente interrotta dalla sabbia dove si arenò la croce abbattuta con il suo corpo ancora attaccato sopra. Nella sua mente urlò per il dolore, la sua schiena e la sua testa sbatterono violentemente contro il legno in un tonfo sordo ma dalla sua bocca uscì solo un suono strozzato, malapena udibile. 

La stavano liberando, non credeva alla fortuna che aveva avuto, le corde che la imprigionavano furono recise da una lama affilata e uno degli uomini la spinse dalla croce alla sabbia con la suola dello stivale facendola Rotolare due volte su sé stessa, arrestandosi supina su quello che al suo corpo sembrava un letto di piume di struzzo stigiano. La aiutarono a mettersi seduta e le versarono in bocca qualche goccia d’acqua da una borraccia di pelle. Acqua che sapeva di vita e consapevolezza di non essere alla fine del percorso. 

Qualche altro sorso e finalmente riuscì a reggersi e a rimanere seduta a terra con le proprie forze e a guardarsi attorno. C’erano tre uomini accanto a lei: uno chinato con la borraccia che la stava abbeverando e altri due che scrutavano l’orizzonte come sentinelle. Le lasciarono pochissimi minuti per riprendersi poi la spronarono ad alzarsi in piedi, le ginocchia le tremavano e cadde carponi due volte prima di riuscire ad assumere una posizione pressappoco eretta, anche se piuttosto instabile. Il sole era alto nel cielo e l’uomo che la stava aiutando, la esortò a camminare, cingendole un braccio dietro la schiena. Sirala si appese con un braccio attorno al suo collo e iniziò a mettere un piede davanti all’altro sulla sabbia rovente. 

Camminarono per ore quando arrivarono finalmente alle montagne, il sole stava calando e i suoi salvatori accesero un fuoco per scaldarsi e cucinare la carne di un cobra che avevano catturato durante il viaggio. Sirala, ancora debolissima, rimase a terra stremata, li ringraziò per averla salvata e chiese loro se avessero qualcosa da mettersi addosso per ripararsi dall’aria pungente che scendeva dal crinale a nord. Gli uomini si misero a ridere e le gettarono una pelle di gazzella che la ragazza si mise prontamente sulle spalle per coprirsi. Passarono la notte accanto al fuoco e si rimisero in marcia all’alba del giorno seguente. Il pasto caldo, per quanto misero e il riposo di quella notte, diedero a Sirala nuova forza per affrontare un altro giorno di cammino. Il terreno roccioso delle montagne le stava lacerando le piante dei piedi facendola trasalire ad ogni sasso appuntito che la pungeva. Mentre camminavano riuscì a raccogliere qualche fibra vegetale, intrecciandola e annodandola, riuscì infine a fabbricare due suole che poi legò alle caviglie e al piede per avere delle calzature rudimentali. Con queste ai piedi riusciva finalmente a tenere il passo degli uomini che la stavano guidando verso la salvezza e riuscì anche ad appuntarsi sulle spalle la pelle di gazzella con un osso recuperato da uno scheletro di animale trovato su una roccia. Si sentiva comunque nuda ma almeno era protetta dal sole e dal vento fino alla vita. 

Verso sera giunsero in una zona lussureggiante accanto ad un fiume, gigantesche tartarughe ne popolavano le rive e diversi alligatori ne solcavano le acque. Di certo non si sarebbe fatta una nuotata anche se il suo corpo ne avrebbe beneficiato. Si inginocchiò sulla sponda e bevve fino a riempirsi lo stomaco. Gli uomini le passarono le borracce e le riempì tutte fino all’orlo.  Uno di loro le porse un’ascia e le indicò un tronco secco, avevano bisogno di legna e lei voleva sdebitarsi per averla salvata, così si mise subito all’opera, si tolse la pelle di gazzella che la intralciava e iniziò a picchettare, staccando tutti i rami migliori per accendere un fuoco. Nel mentre uno degli uomini aveva ucciso una tartaruga e preso 3 grosse uova dal suo nido. 

Sorrise dalla gioia al pensiero del lauto pasto e aiutò ad accendere il fuoco e a cuocere la carne. Un giorno prima stava morendo di stenti appesa ad una croce ed ora era felice e non si curava più nemmeno del fatto di essere nuda davanti a tre uomini, contava solo sopravvivere. Si rimise la pelle di gazzella solamente per coprirsi per la notte dopo aver mangiato a sazietà.  Gli uomini le dissero che il giorno dopo sarebbero arrivati al loro accampamento e si addormentò piena di voglia di ricominciare e speranza per il futuro.

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